
Vincenzo Croci
Era nato a Cerro Maggiore il 6 gennaio 1893 e da lì si trasferì a Sesto San Giovanni dove venne assunto alla Breda come trapanista.
Il figlio racconta che al bar vicino a casa, che Vincenzo frequentava con gli amici, ci fu qualcuno che con le minacce lo costrinse a prendere la tessera del partito fascista che lui si rifiutava di avere. Per il resto in famiglia, dice il figlio “non abbiamo mai notato che lui fosse impegnato in attività clandestine, ascoltavamo solo Radio Londra per dieci minuti alla sera, sul tardi”.
Poi ci fu il grande sciopero del marzo 1944: per una settimana tutte le fabbriche del Nord Italia si fermarono, il Corriere della Sera non venne stampato, i tram non circolarono.
Purtroppo, la risposta non si fece attendere: SS, polizia fascista e militi della GNR iniziarono a arrestare tutti quelli che erano stati coinvolti o che
erano conosciuti come dissidenti.
Vincenzo fu prelevato a casa propria, alle due di notte, tra il 13 e il 14 marzo da tre uomini in borghese e portato immediatamente a Milano al carcere di San Fedele e poi a San Vittore, dove venne compilato lo Streikertransport (trasporto scioperanti), per l’invio a Bergamo, da cui si doveva partire per la Germania. Il convoglio, uno dei più numerosi dall’Italia - 566 uomini e 7 donne - partì il 17 marzo, sotto gli occhi della popolazione della città che vide il lungo corteo. Anche il figlio e la moglie erano tra la folla: “sono riuscito ad entrare in stazione, ho visto da lontano mio padre che veniva caricato sui vagoni assieme agli altri e quella fu l’ultima volta che lo vidi; di lui non abbiamo più saputo nulla”.
Oggi abbiamo potuto ricostruire il suo percorso fino alla fine: dopo l’immatricolazione col numero 58831, trasferimento al terribile campo di Gusen e
poi a Ebensee, dove si scavavano con inenarrabile fatica umana gallerie per la costruzione di razzi.
Vincenzo vi resistette sette mesi. Morì l’11 ottobre 1944, senza che la famiglia ne avesse notizia.
Il figlio racconta che al bar vicino a casa, che Vincenzo frequentava con gli amici, ci fu qualcuno che con le minacce lo costrinse a prendere la tessera del partito fascista che lui si rifiutava di avere. Per il resto in famiglia, dice il figlio “non abbiamo mai notato che lui fosse impegnato in attività clandestine, ascoltavamo solo Radio Londra per dieci minuti alla sera, sul tardi”.
Poi ci fu il grande sciopero del marzo 1944: per una settimana tutte le fabbriche del Nord Italia si fermarono, il Corriere della Sera non venne stampato, i tram non circolarono.
Purtroppo, la risposta non si fece attendere: SS, polizia fascista e militi della GNR iniziarono a arrestare tutti quelli che erano stati coinvolti o che
erano conosciuti come dissidenti.
Vincenzo fu prelevato a casa propria, alle due di notte, tra il 13 e il 14 marzo da tre uomini in borghese e portato immediatamente a Milano al carcere di San Fedele e poi a San Vittore, dove venne compilato lo Streikertransport (trasporto scioperanti), per l’invio a Bergamo, da cui si doveva partire per la Germania. Il convoglio, uno dei più numerosi dall’Italia - 566 uomini e 7 donne - partì il 17 marzo, sotto gli occhi della popolazione della città che vide il lungo corteo. Anche il figlio e la moglie erano tra la folla: “sono riuscito ad entrare in stazione, ho visto da lontano mio padre che veniva caricato sui vagoni assieme agli altri e quella fu l’ultima volta che lo vidi; di lui non abbiamo più saputo nulla”.
Oggi abbiamo potuto ricostruire il suo percorso fino alla fine: dopo l’immatricolazione col numero 58831, trasferimento al terribile campo di Gusen e
poi a Ebensee, dove si scavavano con inenarrabile fatica umana gallerie per la costruzione di razzi.
Vincenzo vi resistette sette mesi. Morì l’11 ottobre 1944, senza che la famiglia ne avesse notizia.