Silvio Mosca
Silvio era nato a Sesto San Giovanni l‘11 agosto 1912. Ancora ragazzo aveva iniziato a lavorare da apprendista diventando tornitore e aggiustatore specializzato, così venne assunto alla Falck, allo stabilimento Vittoria. Nel 1939 si sposò e nacque una bambina.
La sorella, nell’intervista rilasciata a Giuseppe Valota, racconta: “Tutta la nostra famiglia era antifascista, da nostro padre Pietro e anche dal nonno.
L’ attività antifascista di Silvio si svolgeva in fabbrica”.
Questo fu il motivo dell’arresto dopo il grande sciopero del marzo ’44:
lo catturarono alle 3 di notte in casa, il 28 marzo. Era questa la tecnica degli arresti: di notte per non suscitare disordini, asserendo “solo per un controllo”. La sorella lo cercò la mattina dopo alla caserma San Fedele di Milano, dove “un funzionario prese una cartelletta su cui c’era scritto, in
grande: Deportati politici da eliminare”: Silvio era ormai a San Vittore, dove lei non riuscì a vederlo.
Dopo pochi giorni, arrivò un biglietto raccolto da un contadino sui binari ferroviari: Silvio era stato inviato a Bergamo: “Io sto bene, non preoccupatevi di me. Mi raccomando l’Elvira”. Riuscì così a vederlo alla Caserma Umberto I, in attesa che si formasse il convoglio per la Germania: “Vedevamo i prigionieri dalla strada e a gruppi di 4 o 5 persone, controllati, facevano entrare per parlare coi nostri cari e portare da mangiare e biancheria, ma non più di dieci minuti”.
Il 6 aprile i vagoni piombati partirono per Mauthausen, dove Silvio diventò il numero 61701, subito mandato a lavorare a Gusen, presso la Steyr-Daimler-Puch, una fabbrica di produzione bellica.
La famiglia non seppe più nulla di lui. La sorella racconta: “Il 25 aprile è stato un giorno felice, una grande festa, ma la gioia è stata di breve durata. Un giorno siamo andati da un ex deportato di Cinisello, ci disse che aveva visto che lo caricavano e lo portavano al crematorio. Siamo usciti da quella casa che la nostra gioia per la liberazione era già finita”.
Silvio era morto il 5 aprile 1945, a 33 anni, per insufficienza cardiaca.
La sorella, nell’intervista rilasciata a Giuseppe Valota, racconta: “Tutta la nostra famiglia era antifascista, da nostro padre Pietro e anche dal nonno.
L’ attività antifascista di Silvio si svolgeva in fabbrica”.
Questo fu il motivo dell’arresto dopo il grande sciopero del marzo ’44:
lo catturarono alle 3 di notte in casa, il 28 marzo. Era questa la tecnica degli arresti: di notte per non suscitare disordini, asserendo “solo per un controllo”. La sorella lo cercò la mattina dopo alla caserma San Fedele di Milano, dove “un funzionario prese una cartelletta su cui c’era scritto, in
grande: Deportati politici da eliminare”: Silvio era ormai a San Vittore, dove lei non riuscì a vederlo.
Dopo pochi giorni, arrivò un biglietto raccolto da un contadino sui binari ferroviari: Silvio era stato inviato a Bergamo: “Io sto bene, non preoccupatevi di me. Mi raccomando l’Elvira”. Riuscì così a vederlo alla Caserma Umberto I, in attesa che si formasse il convoglio per la Germania: “Vedevamo i prigionieri dalla strada e a gruppi di 4 o 5 persone, controllati, facevano entrare per parlare coi nostri cari e portare da mangiare e biancheria, ma non più di dieci minuti”.
Il 6 aprile i vagoni piombati partirono per Mauthausen, dove Silvio diventò il numero 61701, subito mandato a lavorare a Gusen, presso la Steyr-Daimler-Puch, una fabbrica di produzione bellica.
La famiglia non seppe più nulla di lui. La sorella racconta: “Il 25 aprile è stato un giorno felice, una grande festa, ma la gioia è stata di breve durata. Un giorno siamo andati da un ex deportato di Cinisello, ci disse che aveva visto che lo caricavano e lo portavano al crematorio. Siamo usciti da quella casa che la nostra gioia per la liberazione era già finita”.
Silvio era morto il 5 aprile 1945, a 33 anni, per insufficienza cardiaca.