Silvio Ferri
Nato l’11 novembre 1890 a Ferrara, durante la Prima Guerra Mondiale lavorò a Savona all’ILVA addetto agli altiforni, esonerato dalla leva per il lavoro che svolgeva.
Dopo l’avvento del Fascismo gli fu richiesta l’iscrizione al Partito fascista, rifiutò e cominciarono nei suoi confronti le angherie delle Camicie nere.
Dopo molti mesi, decise di trasferirsi in un’altra città, dove vi fossero industrie metallurgiche, e prese domicilio a Sesto San Giovanni, che era in
pieno sviluppo nel settore. Venne subito assunto alla Breda alla IV sezione in fonderia.
Di idee antifasciste fin dall’inizio, dopo l’8 settembre ’43 si impegnò nella Resistenza: Silvio procurava certificati di malattia agli sbandati o a chi era
salito in montagna, grazie a un medico che collaborava con la Resistenza.
Inoltre, raccoglieva fondi per le famiglie degli arrestati.
I grandi scioperi del marzo ’44 inasprirono la repressione nei confronti di coloro che avevano partecipato e che erano sospettati di collaborare con
la Resistenza. Fu così che la notte tra il 13 e il 14 marzo alle 4 del mattino, entrò in casa un gruppo della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana): “Si
vesta e venga con noi “.
Per la moglie e figli iniziò una angosciata ricerca vagando tra la Questura di Sesto, quella di Milano, il carcere di San Vittore, finché vennero a sapere da altre mogli che gli arrestati erano stati inviati a Bergamo per l’invio in Germania. La moglie partì per Bergamo, riuscì a vederlo, seppe della destinazione e che pativa la fame da giorni. Tornò quindi a casa, preparò del cibo e il giorno dopo ritornò a Bergamo, inutilmente: il convoglio era già partito. Immatricolato a Mauthausen col numero 58863, trasferito al terribile campo di Gusen, Silvio resistette nove mesi alla fame, al freddo,
all’estenuante lavoro per le fabbriche belliche del Reich.
Morì la notte del 2 dicembre 1944.
La famiglia nel frattempo, senza sapere nulla, subì ripetute perquisizioni in casa da parte di fascisti armati.
Dopo l’avvento del Fascismo gli fu richiesta l’iscrizione al Partito fascista, rifiutò e cominciarono nei suoi confronti le angherie delle Camicie nere.
Dopo molti mesi, decise di trasferirsi in un’altra città, dove vi fossero industrie metallurgiche, e prese domicilio a Sesto San Giovanni, che era in
pieno sviluppo nel settore. Venne subito assunto alla Breda alla IV sezione in fonderia.
Di idee antifasciste fin dall’inizio, dopo l’8 settembre ’43 si impegnò nella Resistenza: Silvio procurava certificati di malattia agli sbandati o a chi era
salito in montagna, grazie a un medico che collaborava con la Resistenza.
Inoltre, raccoglieva fondi per le famiglie degli arrestati.
I grandi scioperi del marzo ’44 inasprirono la repressione nei confronti di coloro che avevano partecipato e che erano sospettati di collaborare con
la Resistenza. Fu così che la notte tra il 13 e il 14 marzo alle 4 del mattino, entrò in casa un gruppo della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana): “Si
vesta e venga con noi “.
Per la moglie e figli iniziò una angosciata ricerca vagando tra la Questura di Sesto, quella di Milano, il carcere di San Vittore, finché vennero a sapere da altre mogli che gli arrestati erano stati inviati a Bergamo per l’invio in Germania. La moglie partì per Bergamo, riuscì a vederlo, seppe della destinazione e che pativa la fame da giorni. Tornò quindi a casa, preparò del cibo e il giorno dopo ritornò a Bergamo, inutilmente: il convoglio era già partito. Immatricolato a Mauthausen col numero 58863, trasferito al terribile campo di Gusen, Silvio resistette nove mesi alla fame, al freddo,
all’estenuante lavoro per le fabbriche belliche del Reich.
Morì la notte del 2 dicembre 1944.
La famiglia nel frattempo, senza sapere nulla, subì ripetute perquisizioni in casa da parte di fascisti armati.