Renato Cardesi
Nato a Firenze il 27 settembre 1909, si era trasferito a Sesto San Giovanni dove lavorava come metalmeccanico alla Breda V sezione Aeronautica.
Membro del CLN clandestino di fabbrica, partecipò agli scioperi del marzo 1944, nonostante la fabbrica fosse occupata dalle forze militari naziste. La rappresaglia contro i partecipanti e i presunti organizzatori dello sciopero fu durissima. Nella notte del 13 marzo furono arrestati molti dipendenti
della Breda, tra essi Cardesi, portato via dalla propria abitazione, rinchiuso nella notte alla Questura di Sesto, poi al Carcere di San Fedele a Milano e infine a San Vittore. Trasferito nel braccio tedesco del carcere, venne inserito nello Streikertransport per l’invio in Germania.
Trasportato alla caserma Umberto I di Bergamo, dove si andava formando il convoglio, partì il 17 marzo insieme a 566 compagni arrestati in tutto il
Nord Italia. Il 20 marzo entrava a Mauthausen, dove gli fu assegnato il numero 58771, Triangolo Rosso, Schutzhaft: arresto illimitato.
Dopo pochi mesi, la sua salute era già minata dal lavoro e dalla scarsa nutrizione. Fu ricoverato nell’infermeria del campo, il terribile Revier da cui
non si usciva vivi. Per lui una sorte più crudele: il 5 agosto venne inviato al castello di Hartheim per l’accesso immediato alla camera a gas. Il castello veniva definito “convalescenziario”, malvagia ironia di copertura per l’eliminazione di chi non aveva più speranza di sopravvivenza.
La moglie e il figlio quattordicenne non seppero più niente di lui fino al 3 ottobre 1945, quando ne fu annunciata la morte dal Centro Assistenza Reduci dalla Germania.
Membro del CLN clandestino di fabbrica, partecipò agli scioperi del marzo 1944, nonostante la fabbrica fosse occupata dalle forze militari naziste. La rappresaglia contro i partecipanti e i presunti organizzatori dello sciopero fu durissima. Nella notte del 13 marzo furono arrestati molti dipendenti
della Breda, tra essi Cardesi, portato via dalla propria abitazione, rinchiuso nella notte alla Questura di Sesto, poi al Carcere di San Fedele a Milano e infine a San Vittore. Trasferito nel braccio tedesco del carcere, venne inserito nello Streikertransport per l’invio in Germania.
Trasportato alla caserma Umberto I di Bergamo, dove si andava formando il convoglio, partì il 17 marzo insieme a 566 compagni arrestati in tutto il
Nord Italia. Il 20 marzo entrava a Mauthausen, dove gli fu assegnato il numero 58771, Triangolo Rosso, Schutzhaft: arresto illimitato.
Dopo pochi mesi, la sua salute era già minata dal lavoro e dalla scarsa nutrizione. Fu ricoverato nell’infermeria del campo, il terribile Revier da cui
non si usciva vivi. Per lui una sorte più crudele: il 5 agosto venne inviato al castello di Hartheim per l’accesso immediato alla camera a gas. Il castello veniva definito “convalescenziario”, malvagia ironia di copertura per l’eliminazione di chi non aveva più speranza di sopravvivenza.
La moglie e il figlio quattordicenne non seppero più niente di lui fino al 3 ottobre 1945, quando ne fu annunciata la morte dal Centro Assistenza Reduci dalla Germania.