
Michele Levrino
Michele era nato nel 1880, a Cumiano nel torinese. Licenziato per rappresaglia dalle Ferriere Piemontesi, era emigrato a Sesto San Giovanni nel 1902, dove erano nati i suoi tre figli. Socialista della prima ora, era stato arrestato durante la Prima Guerra mondiale, e inviato al fronte per punizione. Aveva poi aderito al Partito Comunista clandestino. Assunto dal 1919 come manovale alla Breda, non nascondeva le sue idee a favore della classe operaia.
Partecipò agli scioperi di fabbrica del 1943 e al grande sciopero del marzo 1944, che fermò tutto il Nord Italia sotto l’occupazione nazista. I suoi precedenti politici lo indicarono subito tra coloro che andavano puniti per aver fermato la produzione del Reich: arrestato nella mattina del 5 marzo 1944 a casa, fu imprigionato a San Vittore fino al 27 aprile, per essere trasferito a Fossoli insieme ad altri 223 politici dal Binario 21 di Milano. Dopo altri due mesi, la sera dell’11 luglio 1944, il sottufficiale delle SS Haage lesse l’elenco dei destinati al «trasferimento al nord». In realtà si stava completando, dopo l’uccisione di Leopoldo Gasparotto, l’eliminazione di personalità di rilievo politico. La composizione dei prescelti lo rivela: sono presenti ex ufficiali e sottufficiali di resistenza “badogliana”, antifascisti di area cattolica, attivisti lombardi delle Brigate Matteotti e Garibaldi, scioperanti del Nord milanese, membri del Partito d’Azione. Persone di ogni età, Michele Levrino il più anziano di tutti. Eugenio Jemina, che riesce fortunosamente a sfuggire alla fucilazione, così testimonia: «Ci fecero sedere in due file parallele – uno fra le ginocchia dell’altro – una composta di dodici persone, me compreso, e l’altra di tredici. La prima di tredici compagni aveva dinanzi il capitano tedesco, l’interprete e un soldato armato di fucile mitragliatore, mentre dietro a noi stavano otto soldati pronti per l’esecuzione.
Appena ultimata la lettura della sentenza io proruppi in un grido: “Perché uccidete noi?”. Il grido fu ripetuto da tutti i giustiziandi. [...] Fuggendo, sentii una sparatoria infernale che non finiva più». Quando nel 1945 furono esumati i cadaveri vittime dell’eccidio, i resti riconosciuti da parenti o dai
documenti che avevano indosso: Michele Levrino fu riconosciuto dal figlio Giuseppe, aveva in tasca una lettera per i famigliari, una pila e l’orologio.
Partecipò agli scioperi di fabbrica del 1943 e al grande sciopero del marzo 1944, che fermò tutto il Nord Italia sotto l’occupazione nazista. I suoi precedenti politici lo indicarono subito tra coloro che andavano puniti per aver fermato la produzione del Reich: arrestato nella mattina del 5 marzo 1944 a casa, fu imprigionato a San Vittore fino al 27 aprile, per essere trasferito a Fossoli insieme ad altri 223 politici dal Binario 21 di Milano. Dopo altri due mesi, la sera dell’11 luglio 1944, il sottufficiale delle SS Haage lesse l’elenco dei destinati al «trasferimento al nord». In realtà si stava completando, dopo l’uccisione di Leopoldo Gasparotto, l’eliminazione di personalità di rilievo politico. La composizione dei prescelti lo rivela: sono presenti ex ufficiali e sottufficiali di resistenza “badogliana”, antifascisti di area cattolica, attivisti lombardi delle Brigate Matteotti e Garibaldi, scioperanti del Nord milanese, membri del Partito d’Azione. Persone di ogni età, Michele Levrino il più anziano di tutti. Eugenio Jemina, che riesce fortunosamente a sfuggire alla fucilazione, così testimonia: «Ci fecero sedere in due file parallele – uno fra le ginocchia dell’altro – una composta di dodici persone, me compreso, e l’altra di tredici. La prima di tredici compagni aveva dinanzi il capitano tedesco, l’interprete e un soldato armato di fucile mitragliatore, mentre dietro a noi stavano otto soldati pronti per l’esecuzione.
Appena ultimata la lettura della sentenza io proruppi in un grido: “Perché uccidete noi?”. Il grido fu ripetuto da tutti i giustiziandi. [...] Fuggendo, sentii una sparatoria infernale che non finiva più». Quando nel 1945 furono esumati i cadaveri vittime dell’eccidio, i resti riconosciuti da parenti o dai
documenti che avevano indosso: Michele Levrino fu riconosciuto dal figlio Giuseppe, aveva in tasca una lettera per i famigliari, una pila e l’orologio.