
Guglielmo Ersilio Menegatti
Da Mesola, in provincia di Ferrara, dove il padre gestiva un bar-cooperativa della Lega Socialista, la famiglia di Guglielmo subì nel 1922 le angherie
fasciste. Ricorda la figlia: «Nel ’22 nel bar entrarono i fascisti; hanno picchiato mio zio, hanno appeso al pozzo mia nonna, mia zia ad una pianta e hanno distrutto il bar». Così fu necessario andarsene: il padre trovò lavoro alla Falck come portinaio e i figli, non appena raggiunsero l’età per il
lavoro si impiegarono nelle diverse aziende di Sesto. Guglielmo entrò alla Breda a 15 anni e si specializzò come tornitore. «Eravamo una famiglia
tranquilla, normale; mio papà non voleva che ci interessassimo di politica, ne aveva già passate tante», ma la sera del 13 marzo ‘44, il suono del
campanello fece andare nel panico tutti: il fratello Antonio, già segnalato come partigiano, si nascose in un soppalco del bagno, i tre fascisti entrati coi mitra presero allora Guglielmo, che venne subito portato a San Vittore. Si stava preparando la violenta rappresaglia dopo gli scioperi appena
terminati: gli arrestati dal carcere una settimana dopo vengono raccolti nella caserma Umberto I di Bergamo per l’invio in Germania, 563 lavoratori di tutto il Nord Italia: Torino, Milano, Lecco, Varese, Savona, Genova. Il convoglio partì il 17 marzo, tre giorni dopo era a Mauthausen. I deportati, subito immatricolati, vennero inviati quasi tutti a Gusen, l’enorme campo secondario dove il lavoro era il più duro. Guglielmo, che aveva solo 27 anni,
venne adibito ai lavori più pesanti, che ne causarono la morte per polmonite nel giro di due mesi soltanto. Una lettera dalle autorità germaniche
comunicò alla famiglia che era morto sotto un bombardamento alleato.
La documentazione del campo la smentisce.
fasciste. Ricorda la figlia: «Nel ’22 nel bar entrarono i fascisti; hanno picchiato mio zio, hanno appeso al pozzo mia nonna, mia zia ad una pianta e hanno distrutto il bar». Così fu necessario andarsene: il padre trovò lavoro alla Falck come portinaio e i figli, non appena raggiunsero l’età per il
lavoro si impiegarono nelle diverse aziende di Sesto. Guglielmo entrò alla Breda a 15 anni e si specializzò come tornitore. «Eravamo una famiglia
tranquilla, normale; mio papà non voleva che ci interessassimo di politica, ne aveva già passate tante», ma la sera del 13 marzo ‘44, il suono del
campanello fece andare nel panico tutti: il fratello Antonio, già segnalato come partigiano, si nascose in un soppalco del bagno, i tre fascisti entrati coi mitra presero allora Guglielmo, che venne subito portato a San Vittore. Si stava preparando la violenta rappresaglia dopo gli scioperi appena
terminati: gli arrestati dal carcere una settimana dopo vengono raccolti nella caserma Umberto I di Bergamo per l’invio in Germania, 563 lavoratori di tutto il Nord Italia: Torino, Milano, Lecco, Varese, Savona, Genova. Il convoglio partì il 17 marzo, tre giorni dopo era a Mauthausen. I deportati, subito immatricolati, vennero inviati quasi tutti a Gusen, l’enorme campo secondario dove il lavoro era il più duro. Guglielmo, che aveva solo 27 anni,
venne adibito ai lavori più pesanti, che ne causarono la morte per polmonite nel giro di due mesi soltanto. Una lettera dalle autorità germaniche
comunicò alla famiglia che era morto sotto un bombardamento alleato.
La documentazione del campo la smentisce.