Giovanni Cassani
Nato a Viggiù il 7 giugno 1906, lavorava come ricercatore chimico alla Falck Unione. Vive a Sesto con una sorella e un fratello. Dalla testimonianza della sorella, conservata in sezione ANED, leggiamo: «Non sapevo niente delle sue attività, lui non me ne aveva mai parlato. Soltanto che io lo vedevo agitato. L’ultima domenica, prima di essere arrestato il lunedì, è venuto su a trovare la mamma e il papà, qui a Viggiù. Quando era qui, un suo caro amico che andava in Svizzera gli aveva detto “Giovanni, non andare più a Sesto”, e lui aveva risposto “Se non vado vengono su a prendere i miei genitori».
Fu arrestato nella propria abitazione da militi fascisti armati il 28 marzo 1944. Passato dal carcere di San Fedele e da San Vittore, fu trasferito a Bergamo con lo Streikertransport del 31 marzo con altri 44 compagni della Falck. Solo pochi giorni di attesa nella caserma Umberto I dove ricevette
la visita della sorella, poi partì il convoglio che lo portò a Mauthausen, immatricolato l’8 aprile col numero 61599.
Trasferito dopo la quarantena a Gusen, lavorò nella fabbrica della Messerchmitt, dove si costruivano pistole mitragliatrici e aerei a reazione. La possibilità di lavorare al chiuso, nonostante le vessazioni, le condizioni di ricovero al freddo e lo scarso vitto, fece durare la sua sopravvivenza per
quasi un anno.
Alla fine, il suo organismo cedette il 1° marzo 1945. Il fratello e la sorella, che non avevano sue notizie, lo cercarono attraverso tutti gli organi ufficiali e chiedendo sue notizie ai sopravvissuti seppero da un compagno della Falck, Marco Locatelli, questa cruda realtà: «Suo fratello Giovanni, aveva le gambe gonfie, non ne poteva più. Sarà stato l’1-2 Aprile 1945. Io gli dicevo di non andare in infermeria, altrimenti sarebbe stato peggio. Da lì non ho saputo più niente. Poi dopo tre giorni ho saputo da qualcuno che Giovanni era morto».
Nel registro di morte stilato nel campo si legge: «collasso cardiocircola torio e idropisia».
Fu arrestato nella propria abitazione da militi fascisti armati il 28 marzo 1944. Passato dal carcere di San Fedele e da San Vittore, fu trasferito a Bergamo con lo Streikertransport del 31 marzo con altri 44 compagni della Falck. Solo pochi giorni di attesa nella caserma Umberto I dove ricevette
la visita della sorella, poi partì il convoglio che lo portò a Mauthausen, immatricolato l’8 aprile col numero 61599.
Trasferito dopo la quarantena a Gusen, lavorò nella fabbrica della Messerchmitt, dove si costruivano pistole mitragliatrici e aerei a reazione. La possibilità di lavorare al chiuso, nonostante le vessazioni, le condizioni di ricovero al freddo e lo scarso vitto, fece durare la sua sopravvivenza per
quasi un anno.
Alla fine, il suo organismo cedette il 1° marzo 1945. Il fratello e la sorella, che non avevano sue notizie, lo cercarono attraverso tutti gli organi ufficiali e chiedendo sue notizie ai sopravvissuti seppero da un compagno della Falck, Marco Locatelli, questa cruda realtà: «Suo fratello Giovanni, aveva le gambe gonfie, non ne poteva più. Sarà stato l’1-2 Aprile 1945. Io gli dicevo di non andare in infermeria, altrimenti sarebbe stato peggio. Da lì non ho saputo più niente. Poi dopo tre giorni ho saputo da qualcuno che Giovanni era morto».
Nel registro di morte stilato nel campo si legge: «collasso cardiocircola torio e idropisia».