Filippo Penati
Nato a Vimercate il 23 aprile 1894, si era trasferito a Sesto nel 1916. Medaglia di bronzo al valor militare nella Prima Guerra Mondiale ma di questa
onorificenza non si vantava. Era stato assunto alla Breda IV sezione come elettricista; vedovo e con un figlio, si era risposato a Sesto nel 1939. Antifascista fin dalla prima ora, frequentava il Bar Carducci, dove c’era una sezione del PCI; aveva sempre in tasca i fogli dell’Unità da diffondere.
Nell’intervista al figlio Giuseppe, si ricordano le zuffe alle quali non si sottraeva mai quando le squadracce fasciste lo provocavano e le tante vessazioni subite. Nell’ottobre ’43 volevano bruciargli la casa; nel gennaio ’44 spararono al figlio Giuseppe, anche lui impegnato nella Resistenza, senza ferirlo. Era dotato di grande coraggio e iniziativa, “le sue tendenze, più anarchiche che comuniste, non lo fermarono mai” dice il figlio. Entrambi parteciparono attivamente agli scioperi del marzo ’44. Avvertì il figlio di dormire fuori casa, ma lui vi restò: fu arrestato, insieme ai compagni della Breda, la notte tra il 13 e il 14 marzo. Portato a Milano al carcere San Fedele e a San Vittore, inserito nell’elenco degli scioperati da inviare in Germania, partì da Bergamo col convoglio del 17 marzo e immatricolato a Mauthausen col numero 59046, Triangolo Rosso. Subito trasferito a Gusen, poi in aprile a Schwechat, nei pressi di Vienna, dove si montavano aerei da caccia. Il campo fu sgomberato dopo un attacco aereo e i deportati inviati a Schlier, dove, nelle cantine delle birrerie, si producevano armi. Il 10 febbraio ‘45 fu trasferito a Gusen, ma il 1°marzo dovette essere ricoverato nel Revier del campo centrale: un’infermeria da cui raramente si usciva vivi. Filippo morì il 27 marzo 1945, di polmonite. La famiglia cercò in ogni modo di avere informazioni, senza risultato. Infine “un giorno mia madre seppe del rientro di uno di Cinisello che forse era stato con Filippo; andai subito da lui e lo trovai malridotto. Disse che mio padre era finito in infermeria e cercò di farci capire che di lì non si usciva vivi, ma io non volevo accettare la tragica realtà; soprattutto non volevo comunicarla a mia madre”. La comunicazione ufficiale dalla Croce Rossa arrivò nel 1947.
onorificenza non si vantava. Era stato assunto alla Breda IV sezione come elettricista; vedovo e con un figlio, si era risposato a Sesto nel 1939. Antifascista fin dalla prima ora, frequentava il Bar Carducci, dove c’era una sezione del PCI; aveva sempre in tasca i fogli dell’Unità da diffondere.
Nell’intervista al figlio Giuseppe, si ricordano le zuffe alle quali non si sottraeva mai quando le squadracce fasciste lo provocavano e le tante vessazioni subite. Nell’ottobre ’43 volevano bruciargli la casa; nel gennaio ’44 spararono al figlio Giuseppe, anche lui impegnato nella Resistenza, senza ferirlo. Era dotato di grande coraggio e iniziativa, “le sue tendenze, più anarchiche che comuniste, non lo fermarono mai” dice il figlio. Entrambi parteciparono attivamente agli scioperi del marzo ’44. Avvertì il figlio di dormire fuori casa, ma lui vi restò: fu arrestato, insieme ai compagni della Breda, la notte tra il 13 e il 14 marzo. Portato a Milano al carcere San Fedele e a San Vittore, inserito nell’elenco degli scioperati da inviare in Germania, partì da Bergamo col convoglio del 17 marzo e immatricolato a Mauthausen col numero 59046, Triangolo Rosso. Subito trasferito a Gusen, poi in aprile a Schwechat, nei pressi di Vienna, dove si montavano aerei da caccia. Il campo fu sgomberato dopo un attacco aereo e i deportati inviati a Schlier, dove, nelle cantine delle birrerie, si producevano armi. Il 10 febbraio ‘45 fu trasferito a Gusen, ma il 1°marzo dovette essere ricoverato nel Revier del campo centrale: un’infermeria da cui raramente si usciva vivi. Filippo morì il 27 marzo 1945, di polmonite. La famiglia cercò in ogni modo di avere informazioni, senza risultato. Infine “un giorno mia madre seppe del rientro di uno di Cinisello che forse era stato con Filippo; andai subito da lui e lo trovai malridotto. Disse che mio padre era finito in infermeria e cercò di farci capire che di lì non si usciva vivi, ma io non volevo accettare la tragica realtà; soprattutto non volevo comunicarla a mia madre”. La comunicazione ufficiale dalla Croce Rossa arrivò nel 1947.