
Felice Lacerra
Felice forse lo era davvero, tutta una vita davanti: nato nel 1927, aveva 16 anni e già assunto da due anni alla Breda di Sesto San Giovanni come apprendista. Dei suoi ideali antifascisti non parlava in famiglia, per non dare preoccupazioni, ma Felice faceva parte del Distaccamento 5 Giornate della III Brigata GAP di Milano. Quando il gruppo sestese decise di compiere un attentato alla Casa del Fascio, Felice venne scelto, nel ruolo di infiltrato: si iscrisse al Partito Fascista, frequentò la sede fascista e venne a sapere di un’importante riunione prevista per il 10 febbraio 1944, a cui lui avrebbe partecipato. L’attentato riuscì in parte, Lacerra avrebbe dovuto sparire, ma inspiegabilmente, il giorno dopo, tornò al lavoro, forse pensando che la sua copertura fosse sufficiente. Fu invece arrestato e rinchiuso nelle carceri dell’ ex-macello di Monza, dove venne torturato per avere altri nomi da arrestare e infine il 19 febbraio inviato a San Vittore. La madre poté vederlo solo dopo il trasferimento a Fossoli, avvenuto il 27 aprile dal Binario 21 di Milano. Dice sua madre, nell’intervista raccolta da Giuseppe Valota «Se tutte le madri vedessero quello che ho visto io! Era tutto stracciato, gli avevano tagliato i suoi bei capelli ricci, era con le ginocchia fuori dai pantaloni.» Felice, matricola 310 baracca 19, arrestato per motivi politici e contrassegnato con il triangolo rosso, passa più di due mesi nel campo di raccolta, riesce a scrivere a casa lettere sempre rassicuranti. Nell’ultima, del 7 luglio, scrive «Domattina partirò da Fossoli, la destinazione che vado non ne sono ancora a conoscenza. Non appena arrivo a destinazione non mancherò a darvi mie notizie, in tutti i modi non fatevi pensiero che sto molto bene». Questa frase, nella sua inquietante sgrammaticatura, scritta pochi giorni prima della sua fucilazione, quando ancora credeva di essere inviato Germania, sigilla la sorte che sopraggiunge inesorabile, a cui l’eccidio di Cibeno condanna 67 prigionieri, ma che anticipa solo di pochi giorni quell’invio a Mauthausen che segnerà la morte di tanti altri. Quando il suo corpo fu riesumato, irriconoscibile il volto a causa della calce viva, aveva ancora nei pantaloni un blocchetto della mensa della Breda, con il foglio datato 11 febbraio, giorno dell’arresto, in cui lui non aveva potuto mangiare.