Empidonio Chendi
Nato il 3 febbraio 1903, Empidonio era originario di Berra (FE), da dove a 18 anni dovette scappare a causa della sua attività antifascista. Prese domicilio a Sesto dove c’era un vasto gruppo di ferraresi e dove si sposò nel 1924. Dopo aver svolto diversi lavori dai quali veniva licenziato per essersi rifiutato di prendere la tessera del Fascio, riuscì infine a trovare impiego alla Falck Concordia, nonostante fosse iscritto clandestinamente al P.C.d’I. (Partito Comunista d’Italia).
Racconta la figlia: «Il 20 gennaio 1944 alle 7 del mattino mio padre stava scendendo con la bicicletta sulla spalla per andare a lavorare, quando sulle scale incontrò i fascisti; davanti a loro c’era il portinaio che, forse preso alla sprovvista, non ha potuto far altro che portarli di sopra. Loro erano in tanti, tutti in divisa fascista. Mio padre fu costretto a ritornare in casa. Io ero dentro con la mamma. Mio padre aprì la porta in modo diverso dal solito, cioè, spalancando sia l’antiporta sia la porta, così balzammo fuori dal letto in camicia da notte. Entrarono in tanti, in troppi in casa, ogni stanza era occupata, persino il terrazzino. Mia madre gridava: “Ma chi credevate di venire a prendere?” Ricordo che mio padre prima di uscire ci ha stretti tra le braccia tutti tre e ci ha salutati».
Portato al carcere di Monza, vi restò - senza poter vedere nessuno - per due mesi, poi altri mesi a San Vittore fino al 27 aprile 1944, quando venne
inviato nel campo di transito di Fossoli, dove finalmente la famiglia poté vederlo. Alla chiusura del campo di Fossoli per l’avvicinarsi delle truppe alleate, i prigionieri furono trasferiti nel campo di Bolzano, da cui Empido partì il 5 agosto per la Germania.
Erano passati 4 mesi di prigionia e lo aspettava una sorte ancora più penosa. Il suo fisico sopportò le dure condizioni del campo a Mauthausen, poi fu trasferito a Gusen, chiamato il “cimitero degli italiani” per l’alto numero di deceduti.
Empidonio resistette fino a dicembre: morì a Gusen il 23 gennaio ‘45, ricoverato nel Revier del campo, a soli 42 anni.
Racconta la figlia: «Il 20 gennaio 1944 alle 7 del mattino mio padre stava scendendo con la bicicletta sulla spalla per andare a lavorare, quando sulle scale incontrò i fascisti; davanti a loro c’era il portinaio che, forse preso alla sprovvista, non ha potuto far altro che portarli di sopra. Loro erano in tanti, tutti in divisa fascista. Mio padre fu costretto a ritornare in casa. Io ero dentro con la mamma. Mio padre aprì la porta in modo diverso dal solito, cioè, spalancando sia l’antiporta sia la porta, così balzammo fuori dal letto in camicia da notte. Entrarono in tanti, in troppi in casa, ogni stanza era occupata, persino il terrazzino. Mia madre gridava: “Ma chi credevate di venire a prendere?” Ricordo che mio padre prima di uscire ci ha stretti tra le braccia tutti tre e ci ha salutati».
Portato al carcere di Monza, vi restò - senza poter vedere nessuno - per due mesi, poi altri mesi a San Vittore fino al 27 aprile 1944, quando venne
inviato nel campo di transito di Fossoli, dove finalmente la famiglia poté vederlo. Alla chiusura del campo di Fossoli per l’avvicinarsi delle truppe alleate, i prigionieri furono trasferiti nel campo di Bolzano, da cui Empido partì il 5 agosto per la Germania.
Erano passati 4 mesi di prigionia e lo aspettava una sorte ancora più penosa. Il suo fisico sopportò le dure condizioni del campo a Mauthausen, poi fu trasferito a Gusen, chiamato il “cimitero degli italiani” per l’alto numero di deceduti.
Empidonio resistette fino a dicembre: morì a Gusen il 23 gennaio ‘45, ricoverato nel Revier del campo, a soli 42 anni.