
Alessandro Donadoni
Sestese fin dalla nascita, Alessandro oltre a gestire la portineria dove abitava con la moglie Gemma, svolgeva il mestiere di meccanico ribattitore alla Breda II sezione. Come tanti compagni di lavoro, aveva aderito dopo l’8 settembre ‘43 alla causa antifascista, partecipando alle azioni della 128a Brigata GAP “Angelo Esposti”.
Nella notte del 14 marzo 1944 uomini della Milizia fascista lo prelevarono all’una di notte dalla sua casa e lo portarono a Milano, prima al carcere San Fedele per un interrogatorio e poi a San Vittore, dove si stavano compilano le liste degli scioperanti per l’invio in Germania. Alessandro venne subito inserito nello Streikertransport (trasporto scioperanti) e inviato a Bergamo, dove si andava formando il convoglio di vagoni piombati diretto a Mauthausen.
Il 20 marzo i deportati varcavano il portone del Lager, e, dopo la spoliazione di tutti gli averi e dei vestiti e la disinfezione di tutto il corpo, rivestiti di giacca e pantaloni a righe, con un braccialetto di latta legato al polso col filo di ferro, mandati nelle baracche di quarantena.
Subito dopo la destinazione fu Gusen, il tremendo “cimitero degli italiani” dove il lavoro, la denutrizione e la fatica decimarono migliaia di uomini.
La resistenza del suo fisico durò solo 4 mesi, e ciò fa intuire a quali fatiche fu sottoposto, probabilmente allo scavo delle gallerie dove si andavano collocando le fabbriche di armamenti della guerra nazista. Dopo la morte “per polmonite”, vera o falsa che sia stata la trascrizione, venne certificato il suo incenerimento il giorno susseguente. La comunicazione alla famiglia fu ufficializzata nell’agosto successivo.
Nella notte del 14 marzo 1944 uomini della Milizia fascista lo prelevarono all’una di notte dalla sua casa e lo portarono a Milano, prima al carcere San Fedele per un interrogatorio e poi a San Vittore, dove si stavano compilano le liste degli scioperanti per l’invio in Germania. Alessandro venne subito inserito nello Streikertransport (trasporto scioperanti) e inviato a Bergamo, dove si andava formando il convoglio di vagoni piombati diretto a Mauthausen.
Il 20 marzo i deportati varcavano il portone del Lager, e, dopo la spoliazione di tutti gli averi e dei vestiti e la disinfezione di tutto il corpo, rivestiti di giacca e pantaloni a righe, con un braccialetto di latta legato al polso col filo di ferro, mandati nelle baracche di quarantena.
Subito dopo la destinazione fu Gusen, il tremendo “cimitero degli italiani” dove il lavoro, la denutrizione e la fatica decimarono migliaia di uomini.
La resistenza del suo fisico durò solo 4 mesi, e ciò fa intuire a quali fatiche fu sottoposto, probabilmente allo scavo delle gallerie dove si andavano collocando le fabbriche di armamenti della guerra nazista. Dopo la morte “per polmonite”, vera o falsa che sia stata la trascrizione, venne certificato il suo incenerimento il giorno susseguente. La comunicazione alla famiglia fu ufficializzata nell’agosto successivo.