Gaspero Giannoni
Nato a Campiglia Marittima nei pressi di Livorno, lavorava a Piombino come sbozzatore delle barre in acciaio, un mestiere altamente specializzato della laminazione. Per questa sua esperienza è assunto prima a Milano e poi alla Breda di Sesto San Giovanni. Fervente antifascista, viene più volte licenziato negli anni 1926-27 in quanto comunista, ma subito riassunto proprio per le sue qualità lavorative. Licenziato “per propaganda” dopo gli scioperi del marzo ’43, è inviato a San Vittore ma poi riassunto in agosto. Tuttavia, quando il clima politico peggiora, considerato un pericoloso sovversivo, venne arrestato per la deportazione: il 13 luglio 1944 da fascisti in borghese in fabbrica, poi portato a casa, dove si attua una violenta perquisizione che distrugge mobili e masserizie. Infine, è rinchiuso a San Vittore: qui viene torturato e gli strappano tutte le unghie delle mani. Il 18 agosto è inviato nel Lager italiano di Bolzano gestito dalle SS, da dove manda un biglietto alla moglie: Lilia, “c’è anche Mario Del Riccio, avvisa sua moglie”. Il 5 settembre partenza per Flossenbürg e il 10 ottobre è inviato a Kottern, sottocampo di Dachau, dove lavora in fabbrica per la produzione Messerschmitt e riesce a resistere fino alla liberazione e a scrivere in un biglietto che attende di rientrare. La famiglia, avvisata dalla Croce Rossa Italiana tramite il Vaticano, viene a sapere che è ricoverato all’Ospedale di Niguarda. Racconta il figlio undicenne: «Era un teschio ricoperto di pelle, gambe sottili come quelle di un bambino di 5-6 anni».
Riconosce tutti, li saluta, due giorni dopo muore, a 41 anni.
Riconosce tutti, li saluta, due giorni dopo muore, a 41 anni.